Capitolo 1 – Come il battito d’ali di un Butterfree | Pokémon: e ognuno per la propria strada

Lo scopo di questa fanfiction è fornire una realistica alternativa allo svolgimento dell’anime Pokémon. Essa si propone quindi come uno dei tanti plausibili modi per mandare avanti la trama, senza snaturare il protagonista Satoshi (Ash Ketchum) e la linea temporale della narrazione, pur mantenendo gli elementi aggiunti fino ad ora.
Pokémon ed il suo logo sono marchi registrati da Nintendo e The Pokémon Company. Questo è un racconto amatoriale, pertanto non è in alcun modo legato a The Pokémon Company / Nintendo.
La sceneggiatura è stata ideata e stilata interamente dalla scrittrice Ayako Satomi, in collaborazione con il team di Satoshipedia.

Come il battito d’ali di un Butterfree

Il volo K91 della Dragonite Airlines toccò puntuale il suolo di Kantō e tutti i passeggeri si prepararono a sbarcare.
Tra i numerosi allenatori di pokémon giunti fin lì in cerca di nuove avventure, la sedicenne Yurīka1 era certamente la più emozionata, al punto da scendere le scale compiendo due o tre gradini alla volta!
A renderla così euforica non fu tanto la destinazione in sé, quanto la ragione che la spinse a mettersi in viaggio: incontrare il campione di Kantō in persona!
Pur essendo un’autentica celebrità, la cui fama si estendeva addirittura oltreoceano, egli dedicava volentieri parte del proprio tempo agli allenatori desiderosi di instaurare un legame con i pokémon. Yurīka decise quindi di diventare sua allieva, sfidando qualsiasi pregiudizio: «Sei sicura? Lui è molto severo e intransigente, potrebbe essere troppo dura per te!»
Quasi tutti tendevano a sottovalutarla, forse ingannati dal suo aspetto ancora così innocente, oppure dai delicati capelli biondi che le accarezzavano le spalle.
Effettivamente, il campione istruiva innanzitutto gli allenatori, non tanto i loro pokémon.
“Nessun allenatore può davvero definirsi tale, se si limita a impartire ordini senza l’esperienza personale”.
Questo era il primo insegnamento del rinomato maestro, il quale sottoponeva ciascun apprendista a rigide prove fisiche e intellettive.
Eppure, con infinita pazienza egli incoraggiava i più insicuri rispettando i loro tempi, ma allo stesso modo pretendeva massimo impegno e soprattutto concentrazione! Poi si metteva in disparte e, a braccia conserte, osservava scrupolosamente gli allievi. Quando essi lo vedevano annuire sorridendo, capivano di essere sulla strada giusta e si sentivano ancor più motivati a dare il massimo.
Nell’ascoltare tutti questi racconti, Yurīka anziché intimorirsi si emozionava ulteriormente; felice di constatare che lui non fosse mai cambiato dall’ultima volta in cui lo ha incontrato.

«Dedenne, anche tu sei elettrizzato all’idea di rivedere Satoshi2 e Pikachu?»
La ragazza si era rivolta al piccolo pokémon criceto, comodamente acciambellato nella sua borsetta, mentre attraversava la foresta a passo spedito.
Quando conobbe l’attuale campione di Kantō, Yurīka si riferiva a se stessa parlando ancora in terza persona! Da allora ne era scorsa di acqua sotto i ponti e finalmente avrebbe potuto ringraziarlo come si deve, per essersi preso cura di lei assieme a Serena e al Fratellone Shitoron3. Quest’ultimo, in seguito le donò ufficialmente la pokéball di Dedenne, vedendo quanto i due fossero rimasti legati l’uno all’altra anche dopo il viaggio attraverso Karos4 .
D’un tratto, il pokémon rizzò le antenne ed emise timide scintille elettriche. Poi, balzò fuori dalla borsetta e iniziò a correre a perdifiato.
«Che ti prende, Dedenne?»
«Dededé!!»
Fu la risposta del roditore, il quale si dileguò rapidamente nell’oscurità della foresta.
«Aspetta, dove stai andando? Non puoi allontanarti da solo!»
Per quanto lo chiamasse, il pokémon era ormai troppo lontano. Sconsolata, Yurīka crollò sulle ginocchia e rimase a fissare il sentiero deserto, finché una lacrima sgorgò prepotentemente dai suoi occhioni azzurri.
«Alla mia età, Satoshi era già un allenatore di primo livello. Mentre io…»
Forse Dedenne non riusciva ancora a vederla diversamente dalla sua compagna di giochi; ecco il vero motivo per cui si decise a chiedere l’autorevole aiuto di Satoshi, sebbene al tempo stesso temesse di deluderlo.
Fu allora che una voce familiare le risuonò in mente.
“Non arrenderti mai, fino all’ultimo momento.”
Queste parole erano talmente insite nel cuore di Yurīka, da riaccendere in lei la fiamma della determinazione. Una degna allieva del campione di Kantō avrebbe dovuto quantomeno dimostrare di saper applicare quel primissimo insegnamento che lui le trasmise da bambina.
L’allenatrice si tirò quindi in piedi ed estrasse una pokéball. Poi, proprio quando stava per lanciarla…

«Ora capisco dove si è cacciato Pikachu!»
Stavolta quella voce la udì sul serio! Istintivamente Yurīka si voltò, trovandosi così di fronte a un giovane uomo con un berretto rosso e bianco. Non era molto alto e neanche particolarmente robusto, ma un fisico prestante traspariva dall’aderente maglietta nera che indossava, sotto una giacca azzurra sbottonata.
Egli sembrava trascorrere poco tempo davanti allo specchio: i suoi fitti capelli corvini apparivano infatti scompigliati, mentre sul mento si era lasciato crescere un pizzetto incolto, come a voler dimostrare di non essere un uomo totalmente preso dal proprio aspetto.
Gli occhi dei due si sono quindi incontrati; quelli di lui, seminascosti da qualche ciocca di capelli, riflettevano un brillante color nocciola. Il suo sguardo determinato e al tempo stesso gentile avvolse Yurīka, che subito si illuminò in volto.
«Ciao Satoshi!»
Nell’emozione di rivederlo, la ragazza quasi dimenticò di non trovarsi più davanti al medesimo allenatore conosciuto dieci anni prima. Ora lui sarebbe diventato il suo maestro… e la colse in una situazione decisamente scomoda!
«Co-cosa ci fai qui?»
«Ecco, pensavo di raggiungerti… infatti Pikachu deve aver avvertito la presenza di Dedenne e si è allontanato.»
Satoshi le aveva risposto massaggiandosi imbarazzato la nuca. Poi, tentando di cambiare discorso, aggiunse: «Cavoli quanto sei cresciuta, Yurīka!»
Nell’udire queste parole, lo spettro della vergogna tornò ad accarezzarle la spina dorsale.
«Ti chiedo scusa…» sussurrò la giovane allenatrice con gli occhi colmi di lacrime.
Il campione assunse un’espressione confusa, ma in realtà stava solo fingendo di non sapere cosa la tormentasse, perché voleva che fosse lei a dirglielo.
«Io ci provo a essere come voi. Come te, Serena e Shitoron…» sbottò finalmente Yurīka.
«Ho catturato parecchi pokémon, sto lavorando per diventare una performer e ho addirittura vinto delle medaglie. Però, temo di non poter raggiungere il vostro livello. Neanche ho il coraggio di sfidare il Fratellone in palestra!»
Rimase quindi in attesa del temuto rimprovero, ormai certa di sentirsi dire qualcosa tipo: “mi aspettavo molto più da te”. Invece, la ragazza si sentì solamente posare una mano sulla testa, così alzò timidamente lo sguardo e si accorse che Satoshi si limitava a sorriderle dolcemente.
«Dimmi, cosa significa per te essere un Maestro Pokémon?» domandò lui pacatamente.
Yurīka ebbe un attimo di esitazione, poi azzardò la risposta.
«Catturare tutte le specie di pokémon e diventare l’allenatore più forte del mondo…?»
Solo allora notò quanto fosse precipitosa e banale la definizione che sempre aveva dato per scontata.
Satoshi infatti annuì, come se la conversazione stesse andando esattamente nella direzione prevista; poi replicò con un nuovo quesito.
«…E cos’è la “forza”?»
Yurīka si soffermò ancora a riflettere. Gli allenatori più forti di cui aveva sentito parlare erano i vincitori di varie competizioni regionali e internazionali, quindi si trattava di scalare la vetta battendo ogni avversario. Ma per qualche motivo, nemmeno questa spiegazione la convinse del tutto, così rimase in silenzio.
Anche il campione smise di porle domande, si girò appena e volse lo sguardo a un punto indefinito.
«Vieni, andiamo a cercare Pikachu e Dedenne.»
Nonostante avesse smarrito il suo migliore amico, la voce di Satoshi restava calma e imperturbabile. Yurīka lo seguì, tentando di capire cosa gli stesse passando per la testa: perché non appariva affatto preoccupato?
Senza smettere di sorridere, egli si rivolse nuovamente alla sua allieva.
«Sai, inizialmente anche io credevo che essere un Maestro Pokémon significasse sia acchiapparli tutti, sia diventare l’allenatore più forte. Mi impegnavo a perseguire entrambi gli obiettivi, eppure rimanevo sempre indietro. Finché, nel corso del mio viaggio ho finalmente capito…»
Un soffio di vento smosse gentilmente le fronde degli alberi.
«…Per me, addestrare con pazienza e amore un solo pokémon vale ben più di accumularne cento, senza poter dedicare a ciascuno il tempo necessario. Compresi quindi che il mio ideale di allenatore è far emergere le qualità di ogni elemento della squadra, poiché chiunque ha il proprio ruolo e nessuno è invincibile! L’importante è saper cooperare e sostenersi a vicenda.»
Così, Yurīka afferrò il senso del primo quesito di Satoshi: non esiste il “tutto o niente”, ognuno può costruirsi un ideale di Maestro Pokémon, sviluppando le proprie attitudini. Allo stesso modo, ciascun pokémon è portato per un differente ruolo, ed è solo unendo le capacità dell’intera squadra che poi si conquista la vittoria.
«In definitiva, il vero concetto di “forza” non si riduce all’essere invincibile. Nessuno potrà mai sperare di ottenere la forza pura dei pokémon senza stringere legami con loro. Ecco perché è fondamentale unire i nostri cuori.»
L’insegnamento di Satoshi era chiaro e conciso, Yurīka si sentì immensamente felice di aver già ricevuto da lui una lezione così importante. D’un tratto, però, un insidioso dubbio iniziò ad arrovellarle la mente.
«Quindi, tu pensi che io non sia riuscita a stringere un vero legame con Dedenne?»
A questa domanda, Satoshi sgranò gli occhi e rimase per un istante a fissare in volto la giovane allenatrice, poi scoppiò in una fragorosa risata.
Offesa, Yurīka gonfiò le guance a mo’ di Jigglypuff, mentre il campione continuava a tenersi la pancia divertito.
«Scusami…» balbettò provando a soffocare quell’irresistibile sensazione, «mi è venuto da ridere solo perché penso esattamente l’opposto!»
La ragazza lo guardò di sbieco, leggendo nell’esclamazione di Satoshi il tentativo di rimediare a una gaffe. Egli quindi se ne accorse e cercò imperterrito lo sguardo di Yurīka.
«Tra voi due c’è un legame solidissimo! Come puoi credere il contrario? Specie dopo le avventure passate insieme.»
«Eppure, lui continua a disobbedirmi. Forse non mi vuole per allenatrice.»
«Ti sbagli. Ricordi quella promessa che vi scambiaste all’aeroporto di Miare City?»
La memoria di un giorno malinconico riaffiorò nel vissuto di entrambi.
Dedenne era scappato di nuovo, arrabbiato al pensiero di doversi separare dai compagni di viaggio a cui si sentiva ormai affezionato.
Satoshi e Serena si fermarono a cercarlo, pur rischiando di perdere i rispettivi aerei, ma alla fine tutto si risolse. Yurīka e il suo pokémon si scambiarono così la promessa di impegnarsi a diventare una squadra fortissima, tanto da raggiungere perfino i loro amici!
«Tu e Dedenne condividete gli stessi sogni, quindi abbi fiducia in lui! Presto vi ritroverete, esattamente come Pikachu e io siamo destinati a restare sempre insieme, qualunque cosa accada.»
Ed ecco finalmente spiegato l’atteggiamento rilassato del campione: il forte legame tra Satoshi e Pikachu trascendeva ogni possibile avversità; niente avrebbe potuto impedire loro di ricongiungersi. Allo stesso modo, anche Yurīka poteva contare su Dedenne, il quale mai e poi mai sarebbe stato capace di tradire la promessa a cui entrambi erano legati.
«Immagina se, invece, quel giorno il tuo pokémon non fosse fuggito…» aggiunse lui scrutando il cielo, «chissà se oggi staremmo ugualmente qui a parlare.»
Satoshi sapeva trovare sempre le parole giuste per guardare a una brutta vicenda con occhi diversi. Le paure di Yurīka lentamente si placarono, come onde del mare dopo la tempesta.
«In realtà, a volte mi piace immaginare qualcosa di un po’ egoistico.» confessò lei timidamente, «Se Dedenne quel giorno fosse riuscito a farvi perdere l’aereo, forse poi avremmo intrapreso un altro viaggio. Tutti insieme.»
Naturalmente, Yurīka sapeva bene che a Satoshi e Serena sarebbe bastato aspettare i voli successivi; tuttavia, spesso le era capitato di sentire Shitoron citare un particolare detto: “il semplice battito d’ali di un Butterfree potrebbe causare una catena di movimenti di molecole, fino a scatenare un uragano perfino a migliaia di chilometri di distanza.”

Il campione carezzò gentilmente la testa della sua allieva, poi si mise a sedere sul tronco di un albero caduto.
«Anche a me sarebbe piaciuto.»
Un leggero sospiro.
«Ma vedi, dopo il mio rientro a Kantō ne sono successe così tante! Se le cose fossero andate diversamente, forse oggi i nostri ricordi sembrerebbero inconsistenti, addirittura anti-materiali.»
Ogni passo compiuto da Satoshi impresse nel terreno le orme del futuro. Un avvenire certamente scomodo a colui che tentò di dissodare quella medesima strada.
Rimodellando il suolo, costui plasmò il suo mondo ideale, dove i i cuori di umani e pokémon sembravano uniti, illudendo gli allenatori di poter realizzare i propri sogni. Una piacevole bugia, raccontata dall’eterno bambino in cui la popolazione aveva bisogno di identificarsi, ignorando che la sua stessa esistenza dimostrava invece l’ipocrita realtà.
Quegli smottamenti avrebbero lentamente provocato il crollo dell’intero mondo Pokémon.
Un po’ come l’effetto del battito d’ali di un Butterfree.


**Note***

1 Nome giapponese/originale di Clem

2 Nome giapponese/originale di Ash

3 Nome giapponese/originale di Lem

4 Kalos


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