Capitolo 1 – Non c’è tempo per la tristezza: sarebbe come ripetere il passato

Non c’è tempo per la tristezza: sarebbe come ripetere il passato

Questo racconto è molto più di una semplice fanfiction, in quanto è liberamente tratto dai romanzi di Takeshi Shudo (creatore dell’anime Pokémon). Ciò significa che la trama, seppur inventata, si basa su informazioni canoniche carpite dai libri. Per tutti i dettagli consultate il sito Satoshipedia.

«Satoshi, tu sei sempre ottimista e pieno di entusiasmo. Per te è una cosa così naturale!»
Quando Serena mi disse queste parole, mi domandai quale immagine io abbia effettivamente dato di me ai miei amici.
«Ma no, non è vero. Nemmeno io so sempre cosa fare…» le risposi.
Non era la prima volta che mi sentivo attribuire lo stereotipo dell’eroe imperturbabile. Ma il rovescio della medaglia è che non mi viene concesso alcun momento di sconforto, come se ciò non facesse parte del “vero” Satoshi.
L’ottimismo mi viene del tutto spontaneo, non lo nego. Tuttavia, chi siamo oggi è semplicemente il risultato del nostro vissuto, sommato a cosa ne abbiamo appreso. Nel bene o nel male, ciascuno di noi ha sviluppato un proprio modo di affrontare le difficoltà; ma ciò non significa mica perderne la percezione!
Per comprendere cosa intendo dire, è necessario tornare indietro di parecchi anni.

Era il mattino del 22 Maggio: più precisamente, il mio decimo compleanno.
Non appena la luce del sole mi svegliò, balzai in piedi come spinto da una molla. Finalmente il giorno tanto atteso! O meglio, in realtà lo era solo in parte: sapevo infatti che avrei dovuto aspettare ancora molti mesi, prima di poter iniziare il mio viaggio formativo.
Tuttavia, sul momento avevo ben altri pensieri per la testa: era il giorno del mio compleanno, eppure Mamma non rincasava ancora. Tre giorni prima uscì con la più capiente delle sue borse, dicendomi che si sarebbe recata per qualche giorno a Tamamushi City; doveva comprare qualcosa di importante ai grandi magazzini.
Io e Mamma vivevamo da soli, perciò mi dovette affidare alle cure di una vicina, che in quei tre giorni passò di tanto in tanto a farmi visita, per controllare se avessi bisogno di qualcosa.
Non che io abbia mai avuto problemi a cavarmela da solo! Dato che presto sarei diventato un allenatore di pokémon, Mamma mi insegnò tutto ciò che c’era da sapere per essere indipendente. Avevo perfino imparato a fare il bucato!
Nonostante ciò, speravo comunque che lei rincasasse per il mio compleanno. La sera precedente ero andato a dormire con la certezza di trovarla in casa al mio risveglio… ma evidentemente mi sbagliavo.
Mi chiesi cosa dovesse comprare di tanto importante, per spingerla a chiudere così a lungo la nostra locanda. Immaginai che ci fossero dei saldi speciali ai grandi magazzini e volesse approfittarne a tutti i costi. In effetti era giusto che si prendesse un po’ di tempo per se stessa, ma spesso mi chiedevo se i suoi fossero i tipici atteggiamenti di una mamma. A volte mi sembrava piuttosto una sorella maggiore o un’amica. Certamente un bel rapporto, ma dentro di me nutrivo comunque il desiderio che lei si comportasse di più come una normale donna adulta.
Ad esempio, quando mi chiedeva di aiutarla in giardino era sempre un incubo: non riuscivo nemmeno a studiare, perché mi ritrovavo a fare una commissione dietro l’altra senza fine! Io ovviamente le obbedivo (quando non simulavo mal di pancia strategici), ma era davvero giusto così?
Di certo non potevo pretendere da lei chissà quale maturità, effettivamente la differenza di età tra noi è di soli 19 anni, perciò mi limitavo a tenere per me certe considerazioni.

In ogni caso, non c’era più tempo per rimuginarci sopra. Dovevo prepararmi per andare a scuola. Così, mentre facevo colazione, mi misi a fantasticare su come sarebbe stato il mio primo giorno da allenatore di pokémon. Non avevo la minima idea di quale partner scegliere: Bulbasaur, Charmander o Squirtle? Per quanto ci pensassi, non arrivavo mai ad una decisione definitiva.
Improvvisamente, una voce mi destò dai miei pensieri.
«Sono a casa!»
Non appena la udii, istintivamente mi precipitai all’ingresso con la bocca ancora piena.
Trovai Mamma sulla porta di casa. Posò a terra le buste della spesa e allargò le braccia.
«Buon compleanno, Satoshi!»
«Mamma! Sei tornata!»
Corsi immediatamente ad abbracciarla e lei mi strinse fortissimo a sé, sussurrandomi all’orecchio:
«Non dirmi che ti sono mancata così tanto! Come farai durante il tuo viaggio di formazione?»
«Quello è un’altra cosa!» risposi arrossendo.
In effetti, nella mia testa aveva iniziato ad insidiarsi un pensiero di cui ancora oggi quasi mi vergogno.
Anche se del tutto irrazionalmente, temevo che Mamma avesse commesso lo stesso gesto di mio padre.
Può sembrare ridicolo, ma quella volta ebbi paura che non sarebbe più tornata a casa, spinta dal suo desiderio di partire per un viaggio di formazione.
Non era un timore poi così irrazionale: più di una volta le sentii dire che avrebbe voluto diventare un’allenatrice, ma ha dovuto rinunciarvi per sempre dopo la mia nascita.
Nessuno avrebbe potuto biasimarla se si fosse stufata di me ed avesse deciso di inseguire il suo sogno. Dopotutto anche io stavo per partire. Forse lo percepiva come una cattiveria nei suoi confronti? Visto ciò che ci stava già facendo passare mio padre… magari avrei dovuto lasciar perdere?
Fu in quel momento che, come se mi avesse letto nel pensiero, Mamma tirò fuori dalla borsa un pacchettino e me lo porse.
«Tieni, tesoro mio. Questo è il mio regalo di compleanno per te!»
Accuratamente avvolto nella carta regalo ed un fiocco, conteneva una scatola di forma quadrata. Lo scossi per capire se dal rumore riuscivo a percepire cosa ci fosse dentro, quindi mi decisi a scartarlo.
«U-una pokéball?!»
«Ehm… non proprio. Guarda meglio!»
In effetti ciò che la scatola conteneva assomigliava ad una pokéball, ma in realtà era una simpatica sveglia a forma di Voltorb. Ad ogni ora si apriva e ne usciva un buffo Pidgey a cucù!
«È bellissima! Ti ringrazio, mamma!»
«Sono contenta che ti piaccia! Sai, sono stata in fila cinque ore per potermene accaparrare una!»
Gli articoli a tema pokémon sono sempre dei best seller, quindi non è possibile ottenerli in un piccolo villaggio come Masara Town. Ecco perché Mamma è stata via addirittura tre giorni per poterlo comprare… e lo ha fatto solo per me!
«Vedi Satoshi, in realtà da tanto tempo volevo regalarti qualcosa di speciale, come pegno del mio amore materno. Così ho pensato che il tuo decimo compleanno fosse l’occasione più giusta!»
«Pegno?»
«Sì, intendo dire che questo non è un semplice regalo di compleanno, ma qualcosa che tu possa portare sempre con te. Così penserai alla tua mamma, anche quando saremo molto lontani!»
Le parole di Mamma mi arrivarono dritte al cuore, perciò dovevo essere assolutamente certo di non ferire i suoi sentimenti.
«Ascolta, Mamma. Guarda che se preferisci io non…»
«Non provare neanche a dirlo!»
Il suo rimprovero mi ammutolì come un Magikarp!
«Non esiste che tu rinunci ai tuoi sogni, per nessuna ragione al mondo!»
Mamma era capace di passare in un attimo dalla gioia pura ai rimproveri più severi. Così, allo stesso modo, il suo viso si addolcì nuovamente.
«Ricorda che una madre riesce sempre a capire ciò che ha in testa il proprio figlio. Questo comporta che se tu sei felice, di conseguenza lo sono anche io. È chiaro?»
«Chiaro! Comunque ti prometto che non sparirò come hanno fatto Papà e Nonno. Tornerò spesso a trovarti!»
«Non fare promesse che non sai di poter mantenere…» Sospirò Mamma.
Effettivamente, nessuno sapeva per quale ragione fossero spariti entrambi. Tutti supponevano che non fossero riusciti a diventare dei veri allenatori e per vergogna abbiano fatto perdere le tracce di sé. Sarebbe potuto capitare anche a me? Dopotutto, nelle mie vene scorre il loro stesso sangue.
Ma prescindere da ciò, il fallimento non è una scusa per abbandonare i propri cari. In famiglia ci si supporta a vicenda: se le difficoltà si affrontano insieme è possibile trovarne una soluzione. Io ho sempre creduto in questo, perciò la promessa fatta a Mamma veniva dal più profondo del mio cuore.
Dopo tutto, come avrei mai potuto dimenticare quelle lacrime?
***
Un giorno, quando avevo solo tre anni, la stavo facendo arrabbiare parecchio; ma piuttosto che prendermi a sculacciate, Mamma adoperò la comune tattica del pianto simulato.
«Avere un figlio così pestifero mi rende la bellezza più sfortunata del mondo… Sniff, sniff. Waaah, waaaah!» Sì, la classica pantomima per suscitare un senso di colpa nei bimbi, quando comportano male. Ma in quel caso c’era qualcosa di diverso: le sue lacrime divennero improvvisamente reali, non stava più fingendo!
A quei tempi, lei era appena ventiduenne, avrebbe potuto essere in viaggio di formazione o magari semplicemente in vacanza con le amiche. Invece si ritrovò a gestire una locanda e con un figlio pestifero da mantenere. Sola, senza più neanche i genitori a darle supporto.
Mia nonna, infatti, morì di malattia quando io nacqui, mentre Nonno si era già dileguato da un bel pezzo. Anche lui, proprio come Papà, partì improvvisamente per intraprendere un viaggio di formazione e sparì nel nulla. È come se mia madre avesse avuto una sorta di maledizione con gli uomini.
A quei tempi, però, io ancora non capivo cosa la rendesse così triste: per me Papà e Nonno erano degli eroi, così come mi erano sempre stati descritti. Perciò mi chinai su di lei e semplicemente le domandai:
«Mamma, che c’è che non va? Stai bene?»
«Non è nulla, non preoccuparti. Grazie, tesoro mio!»
Incredibilmente bastò questo mio gesto a ridarle il sorriso. Me ne accorsi subito e perciò decisi che avrei sempre cercato di renderla felice, a qualunque costo.
***
Tornando al mio decimo compleanno, Mamma guardò fuori dalla finestra e tutt’a un tratto si portò il dito indice sul mento.
«Ci pensi? Se fossi nato prematuro, ora saresti già in viaggio!»
«Eh già. Invece mi tocca aspettare il prossimo aprile… Sarò quasi undicenne quando partirò!»
«Uh, questo significa che anche la mia nuova vita da scapola dovrà attendere quasi un anno!»
«Ma… Mamma!»
Ed io che mi preoccupavo tanto per i suoi sentimenti!
«Ma dai, sto scherzando! Comunque, sono ancora giovane: ci sono un sacco di cose a cui posso dedicarmi durante la tua assenza, sai?»
Ecco, questo è un tipico esempio del rapporto tra me e Mamma, ma per nulla al mondo rinuncerei mai a quella sua iconica spensieratezza.
Tutti dicono che io ho preso il carattere da lei, infatti tendiamo entrambi a nascondere la tristezza. Da quando mio padre è andato via di casa, pare che nessuno abbia più visto Mamma versare lacrime per un addio; piuttosto ne trova sempre il lato positivo, conscia che prima o poi ci si possa rincontrare. Forse è per questo che non ha mai voluto divorziare, nonostante tutto?


© 2019, Ayako Satomi. Tutti i diritti riservati – https://ayakosatomi.portfoliobox.net/