Capitolo 2 – I ricordi caduti dal buco nello zaino

I ricordi caduti dal buco nello zaino

Sinceramente, il giorno del mio compleanno avrei preferito saltare la scuola. Ma quella mattina, l’insegnante tenne una lezione piuttosto interessante, sulle origini della nostra città.
«Cento anni fa, Masara Town si chiamava Masshiro Village. A quei tempi vi abitava un allenatore straordinario, di nome Ookido Masara. Costui si piazzò alla posizione 921 nella classifica dei diecimila migliori allenatori. Era la posizione più alta mai raggiunta da un nostro paesano. Per questo, Ookido Masara fu onorato come un eroe dalla gente, tanto che la città venne ribattezzata “Masara Village” proprio in suo onore.»
Ookido Masara era nientemeno che Nonno del famoso professore Ookido Yukinari, lo stesso che di lì ad undici mesi mi avrebbe affidato il mio primo pokémon.
Masara Town è solo un piccolo villaggio rurale ed i posti di lavoro scarseggiano, perciò sono in molti i residenti che scelgono di intraprendere la carriera di allenatore.
Così, per non rischiare di trascorrere ogni giorno ad affidare pokémon iniziali, il professore decise di ricevere i nuovi allenatori solo ogni primo aprile. In quel giorno, tutti coloro che hanno già compiuto dieci anni possono recarsi presso il suo laboratorio. Il primo ad arrivare è sempre il più fortunato, poiché può scegliere fra tutti e tre i pokémon; invece il quarto sarebbe costretto ad aspettare l’anno successivo e riprovare (salvo eccezioni, come nel mio caso).
Fu una mossa strategica, poiché la maggior parte degli allenatori di pokémon parte solo per evitare di proseguire gli studi. Imponendo quindi la partenza per il primo aprile (giorno in cui inizia l’anno scolastico in Giappone), il professor Ookido non solo avrebbe limitato una sovrabbondanza di fannulloni, ma si sarebbe assicurato che tutti avessero terminato almeno l’ultimo anno di istruzione obbligatoria.

«Driii…»
Al suono della campanella per la ricreazione, Midori si diresse spedita verso il mio banco.
«Buon compleanno Satoshi!»
Fu lei la prima a farmi gli auguri: una ragazzina dai lunghi capelli castani e lo sguardo vispo.
«Quindi hai deciso che partirai per il viaggio di formazione?»
«Certo che sì! E poi diventerò il più grande Maestro Pokémon mai esistito!»
A queste mie parole, si avvicinarono anche altri compagni di classe.
«Tu?! Maestro Pokémon?!»
«Questa è bella!»
Perfino Midori si unì alle loro critiche.
«Non prendertela Satoshi, ma uno come te non potrà mai diventare un vero Maestro Pokémon!»
Me lo sentivo ripetere spesso, ma quel giorno ne rimasi ancor più infastidito.
«E chi lo dice che non posso?»
«Beh, lo dice Shigeru!»
Ookido Shigeru è un nostro coetaneo, nipote del professor Ookido Yukinari. Proprio per questo tutti pendevano dalle sue labbra, mentre io parevo l’unico a ritenerlo un cretino egocentrico: uno che ti guardava dall’alto in basso, solo perché parte di una famiglia rinomata.
Figurarsi che non veniva nemmeno a scuola con noi. Non voleva limitarsi a frequentare un piccolo e provinciale istituto di campagna. Scelse lui stesso di iscriversi alla scuola elementare della città più vicina ed ogni giorno si faceva ben due ore di viaggio tra andata e ritorno.
Normalmente non davo molto peso alle parole di Shigeru: a quei tempi il lignaggio era tutto ciò di cui poteva vantarsi. Doveva essere dura, per lui, dimostrarsi effettivamente all’altezza degli antenati, perciò riversava sugli altri tutte le sue insicurezze.
Ma quel giorno, ero deciso più che mai ad affrontare Shigeru e la sua boria. Dovevo capire per quale motivo si accanisse così tanto proprio contro di me. Sarà stata la nostra antipatia reciproca o magari c’era dell’altro?
Fu così che in serata mi recai a casa del professor Ookido. Mia madre era una sua studentessa, perciò tra noi c’è sempre stato un rapporto confidenziale, tanto che Shigeru ed io siamo praticamente cresciuti insieme. Sapevo bene, infatti, che lo avrei trovato al laboratorio del nonno.

«Oh Satoshi-kun! Tanti auguri per il tuo compleanno! Non sarai mica venuto a chiedermi il tuo primo pokémon?»
«Beh, professore… Non è proprio questo il motivo per cui sono qui, ma se vuole comunque affidarmene uno io sono sempre pronto!»
«Ci hai provato, ragazzo mio. Su entra, cosa posso fare per te?»
«Shigeru è qui, vero?»
«Hai indovinato. Vieni, ti accompagno da lui.»
Così il professore mi fece strada tra le stanze della sua casa e poco dopo raggiungemmo il laboratorio.
Shigeru era seduto alla scrivania, stava leggendo alcune relazioni scritte dal nonno. Non appena mi vide entrare si gonfiò come un pavone.
«Ma guarda chi c’è, il piccolo Satoshi. Vuoi forse ricevere i miei auguri per il tuo compleanno?»
«Sai, credo di poterne fare a meno.»
«E allora a cosa devo questa tua visita improvvisa?»
Andai dritto al sodo, senza inutili giri di parole.
«Per quale motivo pensi che io non possa diventare un vero Maestro Pokémon?»
Shigeru mi fissò per un attimo, poi abbassò lo sguardo ridacchiando.
«Beh, perché sei un fallito!»
«Voglio sapere cosa pensi davvero. Risparmiami i tuoi sciocchi apprezzamenti!»
«Devo proprio dirtelo? Potresti restarci molto male.»
«Correrò il rischio.»
Per quanto Shigeru mi facesse puntualmente saltare i nervi, ero ben preparato alle sue solite provocazioni. Così lo intimai di parlarmi direttamente, ma forse lo feci con troppa leggerezza.
«Sai, solamente chi diventa allenatore per impegnarsi seriamente in questa carriera riesce ad ottenere dei buoni risultati, mentre non si può dire lo stesso per chi vuole solo evitare di proseguire gli studi!»
L’insinuazione di Shigeru era certamente rivolta al sottoscritto, perciò misi subito in chiaro come stavano le cose.
«Guarda che io voglio davvero diventare un allenatore di pokémon!»
«Vedi Satoshi, la differenza tra me e te è che io ho già nel DNA le capacità per diventare un Maestro Pokémon, capisci? Rifletti invece su chi tu hai alle spalle. Dopo di che ne riparliamo.»
«Che cosa?!»
Mi sentii improvvisamente avvolgere da una rabbia furiosa, ma per qualche motivo non riuscii in alcun modo a replicare. Così, permisi a Shigeru di svignarsela con il seguente pretesto:
«Ora scusami, ma è quasi ora di cena e devo tornare a casa!»
Il professore si accorse che stavolta suo nipote aveva decisamente esagerato e tentò in qualche modo di rimediare.
«Non badare troppo a lui, Satoshi-kun…»
Rimasi ancora in silenzio.
Non ne comprendevo il motivo, ma le parole di Shigeru mi avevano come lacerato il petto. Sentivo che stavo per scoppiare a piangere e perciò tentavo in ogni modo di trattenermi. Se avessi aperto bocca, anche solo per ringraziare il professore, avrei lasciato cedere quella diga che a stento conteneva le mie lacrime.
Mi limitai, perciò, a salutare il professore accennando un inchino e subito dopo mi precipitai a casa.

Mentre correvo, quasi senza guardare dove mettevo i piedi, continuavo a domandarmi per quale motivo mi sentissi così male. In passato mi erano state dette cose ben peggiori da Shigeru o dai miei stessi compagni di scuola, eppure io ero sempre riuscito a reagire. Con decisione ed un filo di sfacciataggine, mi recavo direttamente a casa dei bulletti per chiedere ai loro padri di punirli. Se questi non lo facevano, allora l’indomani a scuola mi rivolgevo all’insegnante.
Ma stavolta… certe soluzioni non mi avrebbero aiutato in alcun modo. Quindi mi sentivo impotente? No, sarei stato perfettamente in grado di rispondergli a tono, se solo quella sensazione di tristezza non mi avesse soffocato. Perché mi stava succedendo? La colpa era in realtà di emozioni che avevo sempre sepolto dentro di me. Avrei dovuto necessariamente affrontarle, per sentirmi davvero pronto ad intraprendere il mio viaggio di formazione.

Quasi senza accorgermene arrivai a casa ed entrai in silenzio, ma lo scricchiolio della porta arrivò comunque alle orecchie di mia madre.
«Sei tu, Satoshi?»
Mi uscì solo uno strozzato «Sì…», udito il quale lei mi venne incontro.
«Ho preparato una cena speciale per festeggiare il tuo compleanno! Ci sono tutti i tuoi piatti preferiti e…»
«Grazie Mamma… ma non ho fame.»
«Come, non hai fame?!»
Senza dire una parola salii le scale per rifugiarmi in camera mia, mentre Mamma mi seguiva con lo sguardo senza proferir parola. Forse si aspettava che fosse un altro dei miei scherzi?

Una volta entrato in camera, chiusi la porta e mi abbandonai sul letto.
Alzai per un attimo lo sguardo, che si soffermò su una fotografia a cui tenevo molto. Praticamente la conservavo proprio sopra alla testa, sulla piccola libreria che faceva da sponda al mio letto.
La foto ritraeva Mamma insieme ad un uomo che mi assomigliava in modo impressionante: Papà.
Sì, lo stesso “padre” che subito dopo la mia nascita abbandonò la famiglia, facendo perdere ogni traccia di sé. Nel guardare il suo volto riconobbi la stessa sensazione che mi avvolse quando ero di fronte a Shigeru e finalmente riuscii ad identificarla.
Nel frattempo, Mamma entrò nella stanza.
«Satoshi, tutto bene?»
Rimasi in silenzio con la faccia pressata sul cuscino.
«Satoshi cos’hai, ti senti male?»
«No Mamma, sto bene. Tranquilla.»
Mamma salì le scalette del letto a soppalco e si sdraiò accanto a me.
«Non mi pare proprio che tu stia bene. Mi vuoi spiegare cos’è successo?»
Pur senza togliere la faccia dal cuscino, presi un bel respiro e mi decisi a parlare.
«Mamma, dimmi la verità. Secondo te io posso diventare un Maestro Pokémon?»
«Ma che razza di domanda è? Certo che puoi, se lo desideri davvero!»
«E lui quanto lo desiderava?»
Indicai la foto ed a quel punto anche Mamma piombò per un attimo in silenzio.
«Se anche Papà lo desiderava tanto quanto me ed ha fallito, allora io sono destinato a fare la sua stessa fine, vero? Dopotutto anche Nonno… insomma, ce l’ho nel sangue… no?»
Il mio discorso era abbastanza sconnesso, ma lei lo comprese comunque.
«Ascolta Satoshi, probabilmente tuo nonno era semplicemente stufo di gestire la locanda di famiglia. Da tempo non andava più d’accordo con Nonna, quindi lui non fa testo. Mentre tuo padre… beh, forse io non sono mai riuscita a comprenderlo davvero.»
«Nell’elenco dell’AMAP non risulta ancora registrato. Né lui, né Nonno. Ci ho guardato anche ieri.»
Mi riferivo all’elenco online dell’Associazione Mondiale Allenatori di Pokémon. Avevo cinque anni quando ne sentii parlare per la prima volta, il giorno in cui mi venne regalato il computer. Il giorno in cui realizzai per la prima volta che mio padre ci aveva abbandonati…


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